Literatura y arte s
MANUEL GONZÁLES PRADA: LA INTELIGENCIA DE LA POESÍA SENCILLA
(José G. Martínez Fernández)
Perú ha tenido pensadores brillantes.
Bástenos pensar en Mariátegui, Haya de la Torre y Gonzáles Prada; pero el país del incario (la más alta de las culturas prehispánicas), ha tenido un innumerable número de grandes poetas.
Pensamos en Vallejo, Eguren, Chocano, Rose, Melgar, Valdelomar, Barreto, Abril, Heraud, Salazar Bondy, Calvo, y tantos, tantos más.
En esos más está Manuel Gonzáles Prada…
Es decir a su tarea de gran pensador, pensador ácrata, se une el talento que tenía para hacer poemas.
JUANITO CAMINADOR VUELVE CON LA AURORA*
(Manuel Mosquera Mugarra)
A la memoria de
Raúl Gonzáles Tuñón
POETA ESENCIAL
Te espero en la estación bañada por la alborada
Un fervoroso pálpito me dice:
Que nuestro Juanito Caminador
Vendrá en el tren que trae la hoguera irredente Que vencerá a la muerte
Lo reconocerás porque a su lado irá
La antorcha que trazó el camino que siguen los
Videntes Hacedores del fuego
Lo verás venir con su sonrisa labrada por el fulgor auroral
Nacido en la honda travesía que inició
El argonauta cuando la ponzoña tiznó en dos al orbe
Y el hontanar de la sangre y el sufrimiento manaron
Lo Secreto
(María Luisa Bombal)
Sé muchas cosas que nadie sabe.
- Conozco del mar, de la tierra y del cielo infinidad de secretos pequeños y mágicos.- Esta vez, sin embargo, no contaré sino del mar.
Aguas abajo, más abajo de la honda y densa zona de tinieblas, el océano vuelve a iluminarse. Una luz dorada brota de gigantescas esponjas, refulgentes y amarillas como soles.
Toda clase de plantas y de seres helados viven allí sumidos en esa luz de estío glacial, eterno...
Los años no son grises
Rosina Valcarcel
Los años no son grises
(a Yolanda Prada)
Conocimos el dorso del planeta
Los años no son grises ni despojados
Hemos vivido, contemplando barcos de papel
El cielo calla y parece desplomarse
Otoño agobia
Hemos resistido
Llevamos carga en la espalda
Bultos de harapos
Nuestra piel
Aquel fusil y las magnolias
La marcha de la historia en el s. XX
El varón
A veces trata de evaporarse
De nuestro universo.
Al íntimo enemigo que insiste en recordarme a través de sus patéticos panfletos
(Julio Carmona)
Aquel que antes de ser ya está olvidado
Me hace pensar en ti, íntimo enemigo,
Que te empeñas en ser tan descuidado
Como aquel primer ser que en el postigo
Quiso ponerle nombre a lo nombrado.
Tú tienes la afición del mal abrigo
Que hace mal lo que tiene encomendado
Y hace bien lo que observan los testigos.
Llegar a ser guitarra sin sonido
Es porque ya nació con lo baldado.
¿Para qué persistir en lo podrido
Si el perfume no mata lo apestado?
A aquel que fue, al nacer, un malnacido
Letras peruanas en italiano (selección)
Pinochet "visto" da Gustavo Valcàrcel (foto)
PENTAGRAMMA DEL CILE ANTIFASCISTA
GUSTAVO VALCARCEL
di Gustavo Valcárcel (qui versione originale)
Lima, 10 Settembre 1975 . “Sono stato due volte in Cile. Abbiamo avuto l’opportunità di frequentare notevoli autorità, tra le quali Luis Corvalán, Segretario Generale del Partito Comunista Cileno, oggi detenuto in ingiustissima detenzione e Pablo Neruda, che avevo già incontrato a Lima, La Habana e Mosca. Abbiamo vissuto la profonda soddisfazione di essere ospiti nelle case di entrambi a Santiago e a Isla Negra, sulla spiaggia di Valparaíso. Il golpe fascista di due anni fa ci segnò l’anima, ma non le speranze; ridusse in ceneri transitorie la nostra illusione cilena, ma non le nostre speranze; ci straziò il cuore ma non la fiducia nell’avvenire. A Londra apprendemmo della morte di Pablo e del nobile sangue popolare che stavano spargendo Pinochet e i suoi complici della Giunta. Tuttavia, ho dovuto acquietare i miei sentimenti per mesi e mesi, fino alla Settimana Santa di quest’anno, affinché sgorgassero a fiotti – insanguinati, imprecatori- i versi del mio "Pentagramma del Cile antifascista", che dovrebbero essere già stati pubblicati in questi giorni a Mosca , in russo, e nella rivista della Casa delle Americhe, a Cuba, in spagnolo. Domani è l’Anniversario Nazionale del Cile. Confermiamo al suo popolo solidarietà e poesia, i nostri auguri più umani per la sua rinascita nazionale e per il suo futuro socialista.”
Gustavo Valcarcel
----------------------------------------------
I
PASSO dopo passo, sangue onesto,
frantoio di lacrime, cateratta di ossa,
un coagulo nero nella luce e in gola, nodi
piombo nelle strade e alla Moneda*, fumo.
Grumi crescenti, vertici rotondi,
scala di odio, balaustra di agonie
gradinata di sospiri massacrati,
scendiamo un po’, compagni,
è arrivata in Cile la morte a bastonate.
II
FRIGGIMI le lacrime, Santiago,
metti in forno le mie nostalgie
organizzami il pianto in quattro tempi
lega i miei dolori ad un palo
nascondi i miei singhiozzi in un nido
appendi le mie angosce al soffitto
fai strada ai miei sandali e al mio zaino, mondo
facciamo un po’ di silenzio, compagni,
è arrivata in Cile la morte a bastonate.
III
CHITARRA impazzita, canto sommerso,
il crimine ha calzato gli stivali,
l'escremento ha indossato la divisa
le orine adesso ostentano i galloni
la Giunta avanza scortata di feci.
Intanto, gli asini pascolano nei rettorati
e il libro va al rogo a capofitto
con rilegature singhiozzanti e laceranti caratteri.
Rileggete un po' le loro ceneri, compagni
è arrivata in Cile la morte a bastonate
IV
LO Stadio è un mondo a parte, pianeta
di sogni rossi fatti a pezzi
piedistallo di morte prematura
teatro dell'angoscia in gradinate.
Già cominciano a cantare i due moncherini
di Victor Jara, il camminamorte,
usignolo decapitato
il muto più sonoro di questi anni.
Ascoltiamolo un po’, compagni,
è arrivata in Cile la morte a bastonate.
V
QUESTO è Pinochet, il disgustoso Caino del nostro tempo,
il boia su misura, il cerbero esatto,
il traditore perfetto, il servo diligente,
la emme più emme del vile abbecedario.
Dategli il suo diploma di tiranno insanguinato!
Dategli la sua patente di affamatore del popolo!
Dategli il suo titolo di saccheggiatore del fisco!
Dategli la sua medaglia di assassino made in USA!
Dategli alla fine il dottorato della morte!
Per tutto ciò abbonda di meriti.
Il Cile non potrà mai dimenticarlo
nelle sue notti più tristi e lunghe
nacque dal pus e si fece fistola
studiò da scorpione e si laureò come vipera
sognò di essere generale e si svegliò Giuda degradato.
Sovrano dei pidocchi, re dei vermi
non c'è dubbio, arriverai molto lontano, lontanissimo,
dove terminano le cloache!
VI
STANCO, il tempo ritira le sue impalcature
tremolante, il vento nasconde la sua vecchiaia
l'aviazione fascista le strappò il suo nome, Marta
e il suo cognome, Bulnes morì di solitudine.
Dolce abitante di una strada triste
i tuoi figli vivranno un altro settembre
ed allora tempo e vento dovranno ripetere
che Marta Bulnes morì felice
con la fede curva dei diseredati.
VII
COME accade con anni e anni mal sommati
oggi mi viene in sogno Antofagasta*
e mi giunge al timpano Valparaíso**
con il rintocco a morto delle sue camapane sotto il mare.
La nebbia singhiozza sottovoce
il pomeriggio mi porta gli odori del Sud
il quadro dell'uva in esequie
la via Teatinos rimpicciolita
l'immagine del copihues senza musica.
Ahi, la voce del Cile si è spezzata,
oggi si abbassa a raccoglierla il cuore.
VIII
MINATORE di Chuquicamata* accendi il forno
resisti all'aria e al fascismo, fuoco!
Illuminati molto nel profondo del corpo
perché l'ombra pesa, le pupille pesano
e la Giunta è un corvo che strappa gli occhi.
Compagno, stai attento,
ora ritornano le ingiurie alla cieca,
le pallottole, la repressione, l'assenza.
Compagno che vivi di notte tra i tetti
scostati dalla dura gogna,
sorvola la fossa comune,
allontanati dal sudario generale,
sì generale,
perché in Cile ancora c'è posto per la speranza!
IX
Mi allontano un po’ Pablo
per avvicinarmi di più a te.
Sommo e moltiplico le tue viñas del mar
le tue islas negras sottosopra
i tuoi fiori in vedovanza, i tuoi alberi spogli
ed il tuo lutto che ora infiamma
i pani, gli uccelli e i pesci.
La tua voce percorre il mondo, non ti affliggere,
trasformata in petali e polvere
e se è certo che nascosero il tuo corpo
non nasconderanno mai la tua vita in Cile
perché la tua vita Pablo ha un sapore Neruda
perché Neruda l’uomo, perché il tuo popolo, Pablo,
avanza sottobraccio ai tuoi versi, canta
e sta giungendo senza voce al domani.
X
QUESTO è Corvalán, il molto amato,
quello esperto in campi di concentramento
in lotte proletarie, in tenerezze
di sposo e di padre, di combattente e uomo
di militante senza rughe
di soldato che non conosce resa.
Quando ti penso tra mille pareti
mi si rivolta l’anima
e si unisce al gran movimento
che chiede libertà per i tuoi sogni.
Forse saprai, Luis Corvalàn,
che il muro gira veloce verso sinistra
che la rosa cerca il pane con fermezza
perchè il loro giorno si avvicina per tutti
e vogliono stare insieme
in un matrimonio di indissolubile amore.
Grande operaio del futuro cileno
stringo le mie insonnie con i pugni
afferro la solitudine dai capelli
rinchiudo la tristezza nella sua gabbia
di notte mi fermo. Sento.Odo.Grido.Vedo:
tra l’austerità dei filo spinato
sul groppone del tempo del ricordo
di spalle al patibolo messo a punto
al centro della nerezza mal riuscita
l’unica cosa che brilla è la fantasia
della tua rossa allegria comunista.
* il pane e le rose, queste parole rappresentano le lotte delle operaie nordamericane per la rivendicazione dei loro diritti, in seguito hanno preso il significato di tutte le lotte delle donne:il pane rappresenta l’importanza di soddisfare le necessità basilari per accedere ad un livello di vita degno, le rose rappresentano il desiderio di felicità e di bellezza.
XI
IL coraggio apprese molto da te
quando afferasti la vita in un secondo
fucile in mano, polso fermo,
e cominciasti a dettare una semplice lezione
come morire di faccia al cielo, stanco
sudando dignità..
Cile, Salvador, Valparaíso Allende:
si apriranno i grandi viali
come hai detto tu con l’angoscia accanto
e ti vedremo in piedi al centro di essi
colpire il passato con molta furia
baciare il domani sulla sua guancia australe
abbracciare l’indio più anziano dell’Arauco
e tornare la notte all’opera del mare.
Si apriranno i grandi viali
compagno Presidente
e perfino lì giungerà a piedi la nostra speranza.
Ringrazio Annalisa Melandri che ha curato la traduzione
Perù / Il fiume di Javier Heraud
La vita scende come un largo fiume.
Antonio Machado
Il fiume (I)
Javier Heraud
Io sono un fiume,
vado scendendo sopra
larghe pietre,
vado scendendo sopra
dure rocce,
per il sentiero
disegnato dal
vento.
Ci sono alberi a me
d'intorno ombrosi
di pioggia.
Io sono un fiume,
scendo ogni volta più
furiosamente
più violentemente,
scendo
ogni volta che un
ponte mi riflette
nei suoi archi.
(Traduzione di Antonio Porta)
2 ------
Io sono un fiume
un fiume
un fiume
cristallino di
mattina.
A volte sono
tenero e
mite.
Scivolo
soavemente
nelle fertili vallate,
dono da bere migliaia di volte
al bestiame, alla gente docile.
I bambini si avvicinano di
giorno,
e
di notte tremuli amanti
appoggiano i loro occhi nei miei,
e affondano le braccia
nell'oscuro chiarore
nelle mie acque di fantasmi.
3
Io sono il fiume.
A volte sono
impetuoso
e forte,
ma a volte
non rispetto né
la vita né la morte.
Scendo dalle
tumultuose cascate,
scendo con furia e con
rancore,
batto contro le
pietre sempre di più,
le faccio una
ad una a pezzi
interminabili.
Gli animali
fuggono,
fuggono fuggendo
quando tracimo
per i campi,
quando semino di
piccole pietre le
rive,
quando
inondo
le case e le pasture
quando
inondo
le porte e i suoi
cuori,
i corpi e i suoi
cuori.
4
Ed è qui quando
mi precipito di più.
Quando posso arrivare
ai cuori,
quando posso
prenderli col
sangue,
quando posso
guardarli da
dentro.
E la mia furia si
placa
e divento
albero
e mi pianto
come un albero
e il mio silenzio
come una pietra,
e taccio come una
rosa senza spine.
5
Io sono il fiume.
Io sono il fiume
eterno della
gioia. Ormai sento
le brezze vicine,
ormai sento il vento
sulle mie guance,
e il mio viaggio attraverso
monti, fiumi,
laghi e praterie
diventa interminabile.
6
Io sono il fiume che viaggia tra le rive,
albero o pietra asciutta
io sono il fiume che viaggia fra le sponde,
porta o cuore aperto
io sono il fiume che viaggia nelle pasture,
fiore o rosa tagliata
io sono il fiume che viaggia nelle strade,
terra o cielo bagnato
io sono il fiume che viaggia nelle case,
tavolo o sedia appesa
io sono il fiume che viaggia dentro gli uomini,
albero frutta
rosa pietra
tavolo cuore
cuore e porta
ritornati.
7
Io sono il fiume che canta
a mezzogiorno e agli
uomini,
che canta davanti le loro
tombe,
quello che gira il volto
davanti i sacri alvei.
8
Io sono il fiume all'imbrunire.
Ormai scendo per le profonde
spaccature,
per gli ignoti popoli
dimenticati,
per le città
colme di pubblico
nelle vetrine.
Io sono il fiume,
ormai vado nei prati,
Ci sono alberi a me d'intorno
coperti di colombe,
gli alberi cantano con
il fiume,
gli alberi cantano
col mio cuore di uccello,
i fiumi cantano con le mie
braccia.
9
Arriverà l'ora
quando dovrò
sboccare negli
oceani,
mescolare le mie
acque limpide con le sue
torbide acque,
dovrò
smorzare il mio canto
luminoso,
dovrò far tacere
le mie grida furiose
all'alba di tutti i giorni,
schiarire i miei occhi
con il mare.
Il giorno arriverà,
e nei mari immensi
non vedrà più i miei campi
fertili,
non vedrà i miei alberi
verdi,
il mio vento vicino,
il mio cielo chiaro,
il mio lago oscuro,
il mio sole,
le mie nubi,
né vedrò nulla,
nulla,
unicamente il cielo azzurro,
immenso,
e
tutto si dissolverà in
una pianura d'acqua,
dove un canto o un altro poema
saranno solo fiumi piccoli che scendono,
fiumi copiosi che scendono a unirsi
alle mie nuove acque luminose,
nelle mie nuove
acque
spente.
( - Lima, 1960 )
(trad. di Azor jaime /da 2 a 9)
I SIMBOLI NELLA POESIA DI HERAUD
........ Nella poesia di Javier Heraud la figurazione simbolica va in tre direzioni: il viaggio, il fiume e l'autunno. Il poeta si attribuisce caratteristiche di un fiume. La dualita' poeta-fiume e' evidentemente un simbolo della vita, principalmente del cosmo, dell'umanita' e della crezione poetica. Questa figura di due tempi caratterizza "El Rio", il primo libro che pubblicò Heraud.
Sono nove strofe che in questo caso significano nove tappe nell'elaborazione di un ampio edificio di immaginazione o nove diverse vedute verso un solo punto.
Nella prima strofa prevale la violenza della corrente del fiume , un campionario dell'architettura generale del poema simbolico e visionario.
La seconda strofa si contrappone alla prima perche' prevale la tenerezza, la delicatezza, la generosità. Il terzo passo segna il ritorno alla forza ed alla rudezza scatenata (scendo con furia e con rancore). La quarta tappa ampia la suggestione e giocano forza, violenza e tranquillità. La quinta parte parla del fiume eterno della gioia o della felicità e prefigura il finale del cammino verso il mare. Una allusione alla vita attraverso il simbolo fiume diventa più chiara nella sesta strofa, nei suoi versi dispari (strade, monti, case e, infine, dentro gli uomini ):i versi dispari sono una tipica enumerazione caotica: albero, pietra, porta, fiore, tavolo, sedia,cuore. L'ultima strofa rappresenta il momento di maggiore qualità poetica di tutta l'opera. E' un delicato esercizio e si riferisce al destino finale del fiume e della vita. Uno strumento per esprimere qualcosa di più profondo: la dolorosa presa di coscienza di quello che ci attende, il finale degli uomini in generale e di lui in particolare. Poche volte capiterà di trovare un così bello e delicato modo di dire sull'inevitabile morte. Alla fine tutto si dissolverà in una pianura d'acqua, tutto si confonderà in una nuova realtà. La parola antica di Jorge Manrique , massimo autore spagnolo del Quattrocento, " Le nostre vite sono i fiumi che vanno a dare al mare che è il morire" sembra risuonare in questi versi....
Heraud apparteneva a una famiglia benestante e tradizionale della Lima-bene ed aveva avuto una educazione esemplare. Le sue qualità lo facevano eccellere. A 16 anni insegnava all'università. E quando scrisse il fiume intuì in qualche maniera il suo futuro come una divinazione. Non fu solo. Cesar Vallejo aveva annunciato tristemente "Morirò a Parigi in un giorno di pioggia", Sebastian Salazar Bondy scrisse il suo "Testamento Olografo". Heraud predise la sua morte "tra uccelli ed alberi" . Profondo come un antico saggio dalla memoria millenaria, Heraud prese coscienza della vita del suo paese, il Perù e con quella sua alta umanità intraprese la strada dei sognatori: credette nel riscatto della povera gente. Fu una coscienza vigilante della precarietà della condizione umana.
(riassunto dal libro Javier heraud, Poesias y Cartas
Editorial Peisa, Serie Biblioteca Peruana, 1976 )
Inedito di Scorza onora Cesar Calvo e Javier Heraud
La rivoluzione non poteva aspettareCesar Calvo con Javier Heraud nel 1960 all'università di San Marco a Lima
A Cesar Calvo ringraziandolo di stare qui*
*Poema inedito di Manuel Scorza (Lima, 1928-1983). Scritto nella mattinata del 20 maggio 1977 nel Hotel de Turistas di Tacna. Corretto a Parigi la notte del 21 giugno. Un piccolo frammento del poema venne pubblicato dalla rivista Somos del giornale El Commercio per la morte (agosto 2000) del poeta peruviano Cesar Calvo, amico e compagno di studi di Javier Heraud.
----------------------
In principio l’uomo abbandonava i suoi morti.
Cinquantamila anni fa cominciò a scavare tombe.
Nella pelle delle caverne cesellò le sue paure bellissime:scoprì la poesia.
Per questo stiamo qui
Soffiando parole contro il cielo indifferente.
Cecilia, mia figlia, gioca con i suoi anni:
quattro ciottoli di colori.
La vita passa così veloce, Cesare, che un meriggio
la vedremo uscire verso il parco
e ritornare bellissima donna.
Così è, Cesare, la vita fugge così veloce
che uno di questi giorni dovremmo cercare di dire la verità.
Per favore, che trovata.
Il maggiordomo ha ordini precisi
di buttarle la porta al passato!
Perché giovani aurei
nelle sterpaglie dell’orrore di America combattevano allora
per un mondo più bello.
Mortalmente feriti cadevano
più che dalla mitraglia afflitti dai loro sogni.
Bellissimi nascevano alla morte.
Mentre noi tatuavamo poesie dimenticate
in corpi dimenticati di donne dimenticate
Con ubriacate di bassa lega cicatrizzavamo la nostra
malinconia
bevendo aguardiente che non era Agua Ardente.
Lenin non apprezzava i poeti:
tagliò grossolanamente un poema di Majakovskij
Wladimir Majakovskij si uccise.
Ma Lenin si sbagliava: il Che portava nel suo zaino
crivellati versi di Leòn Felipe
Javier Heraud portava una tua lettera nella sua giacca.
L’impietoso fiume Madre de Dios trascinò il suo corpo,
il tuo corpo, il mio corpo, la nostra crivellata gioventù, tutto.
Ma la vita scorre più rapida del fiume Madre de Dios.
Impossibile costruire un mondo nuovo
senza sbarcare nelle Indie incontri nei nostri sogni!
Una rivoluzione che solo è una rivoluzione non è una
rivoluzione.
(Bisogna rivoltare tutto, bruciare tutto, sradicare tutto!)
Non permettere che possa ritornare più la stessa realtà,
la stessa famiglia, la stessa acqua, gli stessi padri, la stessa
luce, la stessa patria, lo stesso futuro, la stessa tristezza, la stessa religione, lo stesso sole!
Chi oserebbe assolverci?
Un immortale poema ci assolverebbe.
Ma gli anni sono trascorsi e non abbiamo detto la Parola Ignea
La vita è così fugace, Cesare, che uno di questi meriggi
uscirai a comprare sigari
e tornerai a raccontare battute nelle nostre veglie funebri.
E ora si, ti accetto un pisco (*)
Perché malgrado questa tristezza, la vita vale la pena:
sono allegro, sono albero, sono esaltato, sono
coi miei amici, sono lampo, sono luce.
Perché l’uomo che sta più vicino alla sua morte
che alla sua nascita
ha urgente bisogno di essere felice.
Cinquantamila anni fa, nella pelle delle caverne,
cominciai a incidere questo poema.
Per questo sono qui soffiando parole contro il cielo
Indifferente
(trad. di Azor Jaime)
(*) bevanda alcolica tipica del Perù